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L’artista-fotografa italiana, regista di music-video e aiuto-regista di film-maker internazionali, Malena Mazza, nata nella città universitaria di Bologna e residente nella capitale dell’Alta Moda di Milano, mette a fuoco, dietro l’obiettivo della sua Nikon, un’icona del femminile che è soggetto e oggetto del desiderio, un corpo che non cessa di frammentarsi per proporsi nella più seducente, magnetica, fantasmagoria di feticci dell’Eros. Un’etichetta stretta tra i denti (Pop!), una cuffia di latex, un perizoma di pizzo nero, un collare di cuoio, un ponpon sui glutei, una banda di pizzo bianco sugli occhi, una gelida spilla da balia tra tiepide e morbide labbra adolescenti, spostano il centro dell’erotismo su un oggetto periferico, su un corpo in frammenti, raramente integro o senza una depravazione sensoriale, seppur minima. Nel ventaglio di queste modalità di rappresentazione, ora esplicite ora subliminali, sono leggibili, sottotraccia, ma non per questo meno incisivamente, la violenza, la de-stabilizzazione, la de-soggettivizzazione, la de-mortalizzazione, esercitate, ancor oggi, sulla donna, sia pure di diversa appartenenza etnica, culturale, confessionale, da un modello maschile di una società consumistica in cui ha preso forma la cosiddetta figura del prosumer (neologismo introdotto nel 1972 da Marshall McLuhan e Barrington Nevitt) contrazione tra producer e consumer.

Il soggetto femminile di Malena Mazza si mostra nascondendosi, operando sui dispositivi dell’erotismo, della modalità del guardare e dell’essere guardati, sulle metafore del legame da cui liberarsi o a cui, non senza malizia, consegnarsi. Tra corde e mascherine, bavagli e corsetti, bondage e tacchi a spillo, velature e trasparenze, chiffon e velluti, stanze da letto, del palazzo di fronte, che si accendono indiscriminatamente nell’intimità della notte, un ulteriore espediente di attrazione voyeuristica è il ribaltamento del colore della passione in quello gotico del lutto, quando le labbra umide e le unghie aliate di un’adolescente si tingono di nero anziché di rosso.

Gli strumenti di attivazione del desiderio sono usati consapevolmente da questa internazionale artista-fotografa, alla luce della destinazione delle sue immagini glamour e neo-pop all’immaginario di genere e transgender contemporaneo. Via via che il corpo della donna tende a diventare un’icona, un’astrazione, un desiderio reificato, il luogo del Mercato diventa sempre più fisico e personificato. La dimensione naturale e sociale della figura femminile, emblema della Bellezza, cede a quella simulacrale. Con un linguaggio fotografico tendente all’astrazione formale e alla desaturazione cromatica, la fotografia delimita un particolare del corpo che, inequivocabilmente, rappresenta condizioni e situazioni del femminile che quanto più suscitano fascino e turbamento tanto più diventano esteticamente algide e irraggiungibili. Declinatrice delle trasparenze e dei colori pastello, Malena Mazza restituisce, con il suo filastroccio linguaggio femminile, una visione critica dello sguardo maschile portato a temperatura sottotzero, ibernato intenzionalmente, praticando il significato profondo, inquietante e, al tempo stesso, magico, del fetish come investimento erotico di un oggetto d’abbigliamento o di una parte del corpo, in versione reificata e mercificata da una società iperconsumistica occidentale. Non c’è analogia tra Arte e Vita nell’opera fotografica di Malena Mazza, come in Nan Goldin, quando si fotografa con i lividi e gli occhi pesti dopo una violenza o come nelle provocanti fotografie omorotiche di Robert Mapplethorpe, ma quello stesso elemento fetish che in Helmut Newton diventa accessorio femminile chic ed elegante, in Malena Mazza diventa il fantasma di un’ossessiva fantasticheria maschile. Fra i topoi dell’opera di Malena Mazza, presenza femminile, a sua volta, di notevole fascino, figurano accostamenti incongrui, ma intriganti, tra il corpo femminile e il mondo degli oggetti, splendide modelle, avvolte in abiti dalle vertiginose trasparenze, apparentemente accessibili e consumabili come un succo di frutta afferrato dallo scaffale di un supermercato. Una bocca, un tacco, una ruga, un corsetto, un’ascella, una lingua, un’unghia, diventano, nel suo scenario, una mappa segnica, un campo di associazioni e metafore: il resto è luce, bianco e silenzio.

“Una modalità del Postfemminismo” by Viana Conti